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il vero Keiko

di Vincenzo Caruso

Riflessioni dopo il seminario del 25-26 gennaio 2014 - Bologna

L’essenza di un kata di Jodo consiste nel rapporto che si instaura fra Jo e Tachi, per cui se uno dei due è debole, il kata crolla. Eseguire i movimenti di questi kata è facile per chiunque: comprenderli ed esaltare ciò che Kurogo Sensei al seminario di Bologna ha chiamato elementi invisibili è tutt’altra cosa.

Il keiko parte dal Kamae: ogni momento della pratica consiste non solo nell’assumere il Kamae perfetto, ma di alimentarlo, riempirlo di forza interiore. Per questo motivo Kurogo Sensei ha insistito a lungo sui momenti del Kata in cui siamo fermi: è lì che si vede la nostra costanza, la nostra forza, la nostra pratica. Nel caos del movimento siamo presi dalla tecnica, dalla preoccupazione di cosa avverrà dopo.

Il Jodo della Zen Nippon Kendo Renmei aspira al movimento perfetto, unico, libero da interpretazioni e forte della sua definizione. Motivo per cui è fondamentale tenere bene a mente che il Koryu e il Jodo federale sono due Vie distinte e separate.

Per manifestare correttamente il Jodo della ZNKR sarà necessario lavorare sul kamae e, ultimo ma non meno importante, sul Suburi. Il suburi, come nel Kendo, è uno degli elementi fondamentali della pratica ed occasione preziosa di autoanalisi. E’ la via che ci apre le porte al miglioramento.

Quando affrontiamo la pratica è importante sempre essere consapevoli del contesto in cui ci troviamo. Esame, competizione, pratica quotidiana. Nel momento in cui il nostro cuore è fermo ed aperto, ogni contesto è uguale. Durante un esame non pratichiamo per la commissione; durante una gara non pratichiamo per gli arbitri o l’avversario; durante la pratica quotidiana non pratichiamo per il maestro. Commissione, avversari, istruttori non devono interferire nel nostro approccio mentale alla pratica.

Il keiko deve essere libero da ogni emozione, puro e limpido. solo così potremmo liberarci dall’ansia, dalla tensione, dalla paura, dalla forza. Kurogo Sensei, prima di chiamare hajime, aspettava 30-40 secondi: ciò creava tensione, attesa e ansia. Questo era il suo gioco, la dimostrazione che siamo schiavi di emozioni e stati d’animo che non hanno nulla a che fare con il keiko.

E’ per questo che tutti i maestri si ostinano a dire che il keiko parte da seiza e da zarei, cioà dal saluto: ogni movimento, ogni gesto non sono cerimoniale. Tutto partecipa al raggiungimento di un obiettivo ultimo: la pratica con mente vuota, cuore puro e corpo libero. Equilibrio: alcuni lavorano troppo con il corpo, altri sono troppo cerebrali, altri hanno grande spirito. Tutti questi sono incompleti perchè in ognuno mancano due parti.

Si ritorna al Keiko e alla sua continua messa in discussione. Kurogo Sensei ci ha fatto spesso la domanda: come vi sentite quando passate l’esame? Che significa essere 5°dan? Kurogo Sensei non nega che tutti noi siamo essere umani e che quindi proviamo soddisfazione nel superare un esame e frustrazione nel perderlo: tutti vogliono vincere. Ma diventare 5°dan non cambia nulla del tuo keiko: quello che eri la sera prima, continui ad esserlo la sera dopo. Il cambiamento avviene nel momento in cui costantemente si mette in discussione la propria pratica e la sia affronta in maniera completa

Il keiko può assumere vari livelli: all’inizio siamo concentrati sulla tecnica e questa è una cosa normale perchè dobbiamo imparare qualcosa di nuovo. Ma poi scattano nuovi livelli e Kurogo Sensei ci ha mostrato il keiko del metzuke, ovvero dello sguardo. Jo e Tachi si fronteggiano senza armi ed eseguono i movimenti dei piedi e il tai sabaki dei kata concentrandosi solo sullo sguardo. Emerge un keiko intenso in cui si pratica la creazione di un dialogo, un rapporto con uchidachi. Ritengo che questo aspetto sia fondamentale e applicabile anche per i Kendo no Kata. Spesso anche nella pratica di jigeiko nel Kendo, il metsuke è un elemento trascurato.

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